Test anticorpi anti-proteina S (Spike)

Test anticorpi anti-proteina S (Spike): come funziona l’esame sierologico per misurare l’immunità al Covid

Il Centro Analisi Biomediche di Taormina effettua il test sierologico quantitativo per la ricerca di anticorpi anti-proteina S (Spike) del virus Sars-CoV2. Il test è attualmente lo strumento più adatto per valutare l’immunità acquisita a seguito del vaccino o della malattia perché è in grado di individuare gli anticorpi IgG verso il segmento S-RBD (S protein Receptor-Binding Domain), una classe di anticorpi in grado di neutralizzare il virus Sars-CoV-2 e renderlo non più infettivo per le cellule dell’organismo.

In questo modo è possibile verificare e monitorare l’efficacia della protezione acquisita da infezione naturale al Covid-19 o tramite vaccino.

Come si esegue il test?

L’esame richiede l’esecuzione di un semplice prelievo di sangue venoso. In definitiva, attraverso il campione, il test può misurare la quantità di anticorpi diretti verso la proteina Spike del coronavirus.
La metodica applicata per l’esecuzione del test in laboratorio è la chemiluminescenza (CLIA) che ha il 100% di Sensibilità e il 99,6% di Specificità.

A chi è rivolto il test?

Il test per la ricerca di anticorpi anti-proteina S (Spike) può essere utile:

  • a chi vuole verificare se è venuto a contatto con il virus e quindi ha sviluppato anticorpi neutralizzanti;
  • a chi ha già completato la somministrazione del vaccino anti Sars-CoV-2 (entrambe le dosi) e desideri verificare la successiva produzione di anticorpi (e loro relativa durata, attraverso misurazioni ripetute nel tempo).

Quando effettuare il test?

Secondo raccomandazioni, l’analisi sierologica andrebbe eseguita dopo circa tre settimane nei soggetti che hanno contratto l’infezione e sono successivamente risultati negativi al tampone molecolare. Mentre, nei soggetti sottoposti a vaccinazione è consigliabile eseguirlo dopo circa due settimane dalla somministrazione della seconda dose.

Perché è utile eseguire il test?

Il vaccino anti-Covid, induce il nostro organismo ad attivare un meccanismo di protezione contro il Covid-19 producendo determinati anticorpi capaci di evitare l’ingresso nelle nostre cellule del virus responsabile della malattia. Gli anticorpi di protezione devono essere in grado di riconoscere e neutralizzare la proteina Spike, sistema di veicolo con cui il virus attacca le cellule, impedendogli di infettarle. Il test ricerca e quantifica la presenza di anticorpi neutralizzanti Covid-19 ed è indicato, quindi, per chi è stato già vaccinato o per chi ha contratto il coronavirus ed è, in definitiva, utile per la determinazione quantitativa degli anticorpi IgG post vaccinazione o infezione da Covid-19.

Cosa sono gli anticorpi neutralizzanti Covid-19?

Gli anticorpi neutralizzanti Covid-19 (dosaggio quantitativo della Proteina Spike del Sars-Cov-2) sono una classe di anticorpi che inattiva il virus Sars-Cov-2, che si sviluppano in seguito al vaccino o alla malattia e dovrebbero fornire un’immunità acquisita al virus.

Quali sono le differenze con un normale test sierologico IgG/IgM per Sars-Cov-2?

A differenza del normale test sierologico per Sars-Cov-2, questo nuovo test ha una maggiore specificità verso la ricerca di anticorpi neutralizzanti Covid-19 (anticorpi anti-RDB della Proteina Spike). Questa diagnostica consente quindi di poter conoscere e monitorare nel tempo la risposta immunitaria individuale in seguito ad una infezione naturale o alla vaccinazione e in definitiva la nostra protezione nei confronti del virus.

Per informazioni chiama lo 0942.24444

Covid-19

Un’arma in più per la ricerca degli anticorpi da Covid-19

Un nuovo test per misurare l’immunità acquisita da infezione naturale Covid-19 o l’efficacia di un vaccino. È indicato effettuarlo a partire dalla 2ª settimana dopo la somministrazione dell’ultima dose di vaccino e dopo 7-10 giorni nei soggetti che hanno contratto l’infezione e sono successivamente risultati negativi al tampone.

Il test sierologico quantitativo per la determinazione degli anticorpi IgG verso il segmento S-RBD (S protein Receptor-Binding Domain) serve a verificare la presenza e la quantità degli anticorpi specifici sviluppati dopo essere entrati a contatti con il virus SARS-COV-2.

Questi anticorpi vengono definiti anticorpi neutralizzanti, in quanto sono capaci di bloccare l’ingresso del virus nelle cellule e neutralizzare il virus rendendolo inefficace.

Un coronavirus contiene quattro proteine strutturali, spike (S), envelope (E), membrana (M) e nucleocapside (N). La proteina S consente l’ingresso del virus nelle cellule ospiti, prima legandosi a un recettore ospite tramite il sito legante il recettore (RBD, Receptor-Binding Domain) nella sub-unità S1 e in seguito fondendo le membrane virali e delle cellule ospiti tramite la sub-unità S2. Il virus SARS-CoV-2 riconosce ACE2 quale recettore nella cellula ospite per legare la proteina S virale. Quindi, è fondamentale definire RBD nella proteina S di SARS-CoV-2 quale target principale per lo sviluppo di inibitori del virus, per gli anticorpi neutralizzanti e per i vaccini.

La risposta immunitaria del nostro organismo all’infezione da coronavirus o al vaccino è soggettiva: ognuno di noi produrrà una risposta immunitaria variabile sia quantitativamente che qualitativamente ed anche in tempi diversi. Pertanto, la nostra protezione nei confronti del virus Sars-Cov-2 dovrà essere verificata e monitorata nel tempo attraverso dei semplici esami sierologici, ricercando gli anticorpi protettivi specifici anti-RBD prodotti dal nostro organismo.

Al Centro Analisi Biomediche di Taormina con un semplice prelievo venoso è possibile effettuare il dosaggio quantitativo degli anticorpi neutralizzanti SARS-COV-2 S-RBD specifici che il nostro organismo produce contro la “chiave” RBD del coronavirus.

Questa diagnostica consente quindi di poter conoscere e monitorare nel tempo la risposta immunitaria individuale in seguito ad una infezione naturale o alla vaccinazione e in definitiva la nostra protezione nei confronti del virus.

Il test sierologico in uso presso il nostro Laboratorio di Analisi è in chemiluminescenza (CLIA), ha il 100% di Sensibilità e il 99,6% di Specificità.

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Test Covid-19

Tutti i test per il coronavirus: facciamo chiarezza!

I test di laboratorio sono un pilastro fondamentale per contrastare il coronavirus, non è un caso che la strategia delle “3 T” (Test, tracing and treat) inizi proprio con la capacità di individuare chi è positivo al virus. Se allo scoppio della pandemia l’unico esame a disposizione era il tampone, oggi sono disponibili diversi sistemi più veloci per verificare l’eventuale positività al Covid-19. Ecco, quindi, una guida completa a tutti i test esistenti per potersi orientare al meglio.

Test molecolari

Il tampone, termine che abbiamo imparato in questi mesi di pandemia, appartiene a quella serie di indagini diagnostiche noti anche con il nome di “test molecolari”. È l’esame principale e il più affidabile per diagnosticare la presenza del virus nell’organismo e quindi a scoprire se c’è un’infezione in corso. Il test si fonda sulla ricerca dei frammenti del materiale genetico di cui è composto il virus. Con un lungo bastoncino simile ad un cotton fioc viene prelevato un campione delle vie respiratorie del paziente, preferibilmente dalla mucosa naso-faringea. Questo campione viene quindi analizzato attraverso metodi molecolari di real-time RT-PCR (dall’inglese “Reverse Transcription – Polymerase Chain Reaction”, reazione a catena della polimerasi inversa) per l’amplificazione dei geni virali maggiormente espressi durante l’infezione. L’analisi può essere effettuata solo in laboratori altamente specializzati, come questo laboratorio di analisi, e formalmente individuati dalle autorità sanitarie, e richiede in media dalle due alle sei ore dal momento in cui il campione viene avviato alla processazione in laboratorio.

Test antigenici

Mentre per quelli molecolari si ricerca il materiale genetico del virus, i test antigenici ricercano la presenza di proteine virali in grado di legarsi ad anticorpi. La positività o meno è come una sorta di segnale on-off. Le modalità di raccolta del campione sono del tutto analoghe a quelle dei test molecolari, con tampone naso-faringeo, i tempi di risposta sono molto brevi (circa 15 minuti), ma l’affidabilità di questi test sono inferiori a quelli molecolari, quindi le diagnosi di positività ottenute con questo test devono essere confermate da un secondo tampone molecolare. Questo “tampone rapido”, è stato recentemente introdotto per testare con rapidità molti soggetti, come screening negli aeroporti e nelle scuole, dove è importante avere una risposta in tempi rapidi.

Test sierologici

I test sierologici rilevano la presenza nel sangue degli anticorpi specifici per il coronavirus. L’eventuale loro presenza significa essere entrati in contatto con il virus. Sono essenzialmente di due tipi:

  • Test rapido o qualitativo (tipologia C): con una goccia di sangue, ottenuta con un prelievo capillare, si stabilisce se la persona ha prodotto anticorpi e quindi è entrata in contatto con il virus. Il risultato viene fornito nell’arco di 20 minuti.
  • Test quantitativo (tipologia A e B): con un prelievo venoso si dosano in maniera specifica le quantità di anticorpi IgG e IgM prodotti. La tecnica utilizzata è quella della chemiluminescenza, che rileva gli anticorpi IgG e IgM, i primi a comparire in risposta a un’infezione, e fornisce un’attendibilità molto elevata pari al 98%. Le immunoglobuline i IgG e IgM raccontano la storia dell’infezione: se gli anticorpi IgM sono positivi l’infezione è recente, mentre se gli anticorpi IgM sono negativi e gli anticorpi IgG sono positivi, l’infezione c’è stata ma è passata.

I test sierologici non sono in grado di dire se il paziente ha l’infezione da Covid-19 in atto, ma soltanto se è entrato o meno in contatto con il virus. Quando ci infettiamo il nostro organismo impiega alcuni giorni prima di produrre gli anticorpi specifici, che poi rimangono in circolazione per parecchio tempo dopo che l’infezione è stata superata ed il virus eliminato. Una persona positiva al test sierologico potrebbe quindi non avere più una infezione in corso, e viceversa un risultato negativo del test sierologico non esclude che la persona sia positiva al virus perché si è infettata da poco. Il test sierologico non ha pertanto valore diagnostico, se non in determinati casi, nei quali va associata la valutazione della sintomatologia e del decorso clinico del singolo paziente. La ricerca degli anticorpi specifici effettuata con i test sierologici è invece estremamente utile negli studi epidemiologici, per la valutazione della reale circolazione di un virus nella popolazione dopo un evento epidemico.

Test saliva Covid19

Test salivari

Recentemente sono stati proposti sul mercato test che utilizzano come campione da analizzare la saliva. Il prelievo di saliva è più semplice e meno invasivo rispetto al tampone naso-faringeo o al prelievo di sangue, quindi questa tipologia di test potrebbe risultare utile per lo screening di grandi numeri di persone. Come per i tamponi, anche per i test salivari esistono test di tipo molecolare (che rilevano cioè la presenza nel campione dell’Rna del virus) e di tipo antigenico (che rilevano nel campione le proteine virali).

  • Il test salivare molecolare utilizza i sistemi correntemente utilizzati per i tamponi naso-faringei. Questa procedura è però complessa: riesce infatti ad effettuare solo 8 campioni per volta, con tempi di analisi dei campioni di circa un’ora. Pertanto il suo utilizzo è indicato soltanto in casi particolari, come per esempio la conferma urgente di positività riscontrate nel corso di test antigenici. In genere la saliva non si presta bene all’utilizzo con le apparecchiature di laboratorio altamente automatizzate che si usano per processare elevati volumi di campioni molecolari, perché essa ha densità variabile e creerebbe problemi ai sistemi di pescaggio ad alta automazione.
  • Il test salivare antigenico prevede due soluzioni testate dallo Spallanzani di Roma. La prima ha mostrato livelli di sensibilità simili a quelli dei tamponi antigenici rapidi, ma il test deve essere effettuato in laboratorio, quindi, a meno che non si attivino unità di laboratorio presso i punti dove viene effettuato il prelievo, non è utilizzabile in contesti di screening rapido. La seconda soluzione invece è a lettura visiva (la cosiddetta “saponetta”), non richiede strumentazione di laboratorio e dà i risultati in pochi minuti, ma applicato alla saliva (contesto diverso da quello per cui è certificato, cioè tampone), ai primi test effettuati sembrerebbe risultare meno performante rispetto al test molecolare standard.
Infezione da Helicobacter pylori

Infezione da Helicobacter pylori: biologia molecolare gold standard test

L’Helicobacter pylori (Hp) è uno degli agenti patogeni umani più diffusi nel mondo. Si tratta di un batterio spiraliforme che colonizza la mucosa gastrica. Sebbene nella maggior parte delle persone la presenza del batterio nello stomaco non provoca conseguenze, in alcuni può causare gastrite cronica e ulcera gastro-duodenale.

L’infezione cronica con Helicobacter pylori è un fattore di rischio per il tumore dello stomaco.

Dati dell’Istituto superiore di sanità stimano che Helicobacter pylori sia presente nello stomaco di circa 25 milioni di italiani, ma nella maggior parte degli individui l’infezione non provoca sintomi. In alcuni casi può manifestarsi una sintomatologia costituita principalmente da bruciore e dolore addominale, e a volte anche da nausea, vomito e gonfiore. L’infezione con Helicobacter pylori può portare allo sviluppo di ulcere gastriche o duodenali, per le quali il batterio è ritenuto responsabile nell’80-90 dei casi. Inoltre a lungo termine l’infezione può favorire lo sviluppo di un tumore dello stomaco, aumentandone di 2-6 volte il rischio.

A volte una cura antibiotica è in grado di eliminarlo. Tuttavia il batterio si trasmette facilmente, per esempio attraverso l’acqua e gli alimenti, soprattutto in condizioni igieniche scarse, per cui è possibile che l’infezione possa verificarsi di nuovo. L’Helicobacter pylori si trasmette, inoltre, per contatto tra le persone, materiali biologici contaminati e manovre medico-chirurgiche effettuate con strumenti non perfettamente sterili.

Tra i fattori che favoriscono l’attecchimento del battere alla mucosa gastrica vanno ricordati l’attività ureasica, la motilità e la produzione di fattori che modificano la secrezione gastrica (ipersecretività gastrica).

Si ipotizzano altre possibili patologie associate all’infezione da Helicobacter: coronaropatie, orticaria e anemia perniciosa. I fattori tossici per la mucosa gastrica si possono dividere in fattori d’azione diretta (citotossici) codificati dal gene vacA e fattori indiretti codificati dal gene cagA. I ceppi cagA positivi sono quelli maggiormente associati a rischio di sviluppare ulcera gastroduodenale, gastrite cronica e cancro gastrico.

La diagnosi si avvale di test non invasivi: test di biologia molecolare, esame sierologico, Urea Breath-test.

Test sierologici

Consistono nella ricerca nel sangue di anticorpi IgG specificamente diretti contro l’Helicobacter pylori.

Urea Breath-test o test del respiro

È un esame che sfrutta la capacità del batterio di scindere l’urea. Somministrando una soluzione contenente urea marcata con un isotopo del carbonio (C13) questa viene scissa dall’ureasi nello stomaco con conseguente produzione di CO2 marcata che si ritrova dopo mezz’ora nell’espirato.

Test di biologia molecolare

È un test affidabile – che si può richiedere in convenzione – e poco invasivo per il paziente, che deve semplicemente consegnare al laboratorio un campione delle proprie feci sul quale verrà condotto un test di biologia molecolare e tramite tecnica PCR ed estrazione di DNA. Tali metodologie proprie della biologia molecolare danno la possibilità, in campioni di feci, di tipizzare il batterio a seconda della presenza o meno di alcuni geni (ad es. gene CagA o VacA) a cui è legata la particolare virulenza dell’infezione.

Recentemente studi autorevoli hanno messo in relazione la presenza dell’antigene Helicobacter pylori in campioni di feci con la presenza del batterio a livello gastrico in pazienti sofferenti di patologie digestive.

Attualmente, considerando che l’esame viene eseguito mediante la tecnica di amplificazione del DNA batterico relativo ai geni cagA e VacA, è l’unico test non invasivo che permette una sicura diagnosi.

È uno strumento estremamente efficace ed affidabile per una diagnosi selettiva dell’infezione da Hp, con uno specifico valore predittivo dell’insorgenza della malattia. Può essere impiegato come test di conferma della malattia, dopo un test di screening iniziale ed è particolare utilità quale follow-up della terapia eradicante.

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Lattice, il test da laboratorio ti dice se sei allergico

Un’allergia di cui forse non si parla molto, ma che ha comunque conseguenze fastidiose per chi ne soffre, è quella al lattice. Si tratta di una risposta anomala del sistema immunitario che si verifica quando un soggetto, allergico, entra in contatto o inala particelle di lattice. I principali sintomi cutanei sono l’orticaria, l’angioedema e la dermatite da contatto; la gravità di queste reazioni allergiche varia da soggetto a soggetto e in base all’esposizione all’allergene. Si possono, inoltre, presentare problemi respiratori come rinite, dispnea e asma, e/o fastidi oculari come la congiuntivite. Infine, nei casi più gravi, non si escludono l’anafilassi e lo shock anafilattico, perciò bisogna fare estremamente attenzione agli oggetti che potrebbero contenere lattice naturale (ciucci per bambini, guanti, cerotti, palloncini, profilattici, elastici, materassi, impermeabili).

Gli esami sierologici per la ricerca delle IgE Specifiche (Rast Test) permetteranno di escludere o confermare l’allergia, in modo tale da poter prendere gli accorgimenti necessari.

Il dosaggio di IgE specifiche va eseguito sempre nei pazienti in cui non siano effettuabili i test cutanei per uso di antistaminici o presenza di lesioni dermatologiche e, in quei pazienti in cui i test cutanei (prick test e patch test) sono considerati potenzialmente pericolosi per l’elevato rischio di shock anafilattico.

L’1% degli adulti e il 2% dei bambini è allergico al lattice, queste percentuali aumentano al 9-10% in determinati soggetti “a rischio”.

Nelle “categorie a rischio” rientrano i bambini affetti da spina bifida, a causa delle continue procedure ospedaliere a cui sono sottoposti; gli operai dell’industria della gomma, poiché sono costantemente a contatto con il lattice naturale; gli operatori sanitari, perché utilizzano giornalmente oggetti in lattice; i soggetti sottoposti a interventi chirurgici frequenti e i pazienti che soffrono di altri tipi di allergie.

In tutti questi casi diventa fondamentale eseguire il test per la misurazione della concentrazione di IgE nel sangue al fine di intraprendere un percorso terapeutico specifico.

Inoltre, i pazienti con allergia al lattice riferiscono spesso reazioni avverse (asma, orticaria, prurito orale, disturbi digestivi) ad alcuni alimenti di origine vegetale. Questo fenomeno è spiegato dal fatto che le proteine che compongono l’allergene del latex sono presenti anche in altre piante ed alimenti vegetali. La sindrome latex-fruit è, dunque, un’allergia agli alimenti causata dalla cross-reattività tra le proteine del lattice e alcuni vegetali tra cui banana, avocado, patata, pomodoro, castagne, kiwi.

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Allergia al nichel? I tuoi geni possono dirtelo

Allergia al nichel? I tuoi geni possono dirtelo

L’allergia al nichel è in costante aumento soprattutto nei paesi indrustrializzati. Non solo perché è contenuto in moltissimi oggetti, accessori e prodotti cosmetici, ma anche perché trovandosi nel terreno e nelle falde acquifere viene assorbito dagli organismi viventi, quindi, è presente in tantissimi alimenti di origine animale e vegetale. Al di là della dermatite allergica da contatto, provocata dagli oggetti o materiali che lo contengono, recentemente è stata osservata una Sindrome sistemica da allergia al nichel (SNAS), caratterizzata dall’insorgenza di sintomi generalizzati (cefalea, orticaria, prurito, dolori addominali, diarrea o costipazione, rinite e asma) che sono strettamente correlati all’ingestione di questo metallo nella normale alimentazione.

Il test genetico è pertanto il punto di partenza per valutare come gli alimenti interagiscono sull’organismo, definendo stili alimentari e comportamentali che siano in grado di ottimizzare l’efficacia dei nutrienti e prevenire eventuali problematiche legate all’assunzione di cibi contenenti elevate percentuali di nichel.

Il test genetico di sensibilizzazione al nichel è stato pensato per aiutare a valutare l’impatto sull’organismo degli alimenti e dei nutrienti in riferimento al proprio DNA, rendendo possibile individuare la presenza di specifiche intolleranze o delle componenti genetiche che portano ad una aumentata sensibilità nutrizionale.

A partire da queste informazioni è possibile agire per evitare o contrastare i disturbi che compromettono la digestione e la salute gastro-enterica: classica sensazione di gonfiore addominale o diffuso, presenza di frequenti mal di testa, pesantezza dopo i pasti, sonnolenza e minor efficienza psico-fisica.

Vi sono molti geni coinvolti e in alcuni di essi sono state identificate variazioni genetiche che possono influenzare la predisposizione all’allergia al nichel.

Il test genetico di sensibilizzazione al nichel si basa sull’analisi del DNA per la valutazione dell’intolleranza a tale metallo, analizzando la ricerca della variazione 2282del4 nel gene FLG e 308G/A nel gene TNFa.

Il gene TNFα è coinvolto nella risposta infiammatoria da contatto con allergeni e quindi ad un aumento della probabilità di sviluppare una sensibilità al nichel. Il polimorfismo nella posizione -308 è associato ad una maggiore produzione di TNFα, che è un potente attivatore di cheratinociti (le cellule più abbondanti dell’epidermide). Da qui la connessione tra questo polimorfismo e aumento del rischio di ipersensibilità verso il nichel.

Il gene FLG codifica per la filaggrina, una proteina che fa parte dello strato cellulare profondo dell’epidermide, ha la funzione di garantire l’idratazione e di barriera epidermica, fornendo protezione della pelle da agenti esterni. Il polimorfismo è associato ad ridotta espressione genica, con conseguente accentuazione della sensibilità verso gli allergeni come il nichel.

La genotipizzazione non può diagnosticare definitivamente l’allergia al nichel, ma può individuare il rischio di sviluppare l’allergia al nichel sia da contatto che da alimenti.

È infatti consigliato a chi ha familiari affetti da Sindrome sistemica da allergia al nichel. Il test genetico di sensibilizzazione al nichel è un test non invasivo che permette di valutare la suscettibilità genetica al nichel mediante l’impiego di uno speciale tampone che viene strofinato sulla mucosa orale per raccogliere cellule contenenti il DNA. Il test non è diagnostico, ma fornisce informazioni utili alla diagnosi. Un risultato negativo permette di escludere l’allergia al nichel, mentre un test positivo pur non essendo indicativo di diagnosi, consente di stimare il rischio di sviluppare la malattia e di attuare approfondimenti diagnostici (prick test e patch test).

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Intolleranza glutine test di predisposizione genetica alla celiachia

Intolleranza al glutine? Ecco il test di predisposizione genetica alla celiachia

La celiachia è una patologia molto frequente: un italiano su 100 è affetto da intolleranza al glutine, ma circa l’80% dei casi non è stato ancora diagnosticato, a causa della grande variabilità dei sintomi con cui si presenta la malattia. Si tratta di un’infiammazione cronica dell’intestino tenue, scatenata dall’ingestione di glutine in soggetti geneticamente predisposti.

Oggi il glutine è uno dei più diffusi ed abbondanti componenti della dieta ed è presente in cereali quali avena, frumento, farro, grano, kamut, orzo, segale. Il glutine, che è composto da due proteine (gliadina e glutenina), quando viene ingerito dai soggetti celiaci scatena una risposta immunitaria con la formazione di anticorpi IgA e IgG. Questa risposta causa l’infiammazione dell’intestino con progressiva atrofia dei villi intestinali che determina un deficit nell’assorbimento dei nutrienti.

Il test proposto dal Centro Analisi Biomediche determina la predisposizione genetica alla malattia celiaca con un semplice tampone orale su cui si effettua l’analisi del Dna.

Il test genetico valuta la maggiore o minore predisposizione di un individuo a sviluppare la malattia celiaca in base alla presenza/assenza di alcuni fattori di rischio riscontrati nel Dna. Il Dna viene raccolto con un bastoncino di ovatta passato nella bocca: un modo molto semplice, sicuro e non invasivo per eseguire il test di predisposizione genetica alla celiachia soprattutto nei bambini.

In caso di negatività del test si può essere certi dell’assenza di predisposizione a celiachia, mentre nel caso di positività si può procedere ad ulteriori analisi di approfondimento, ovvero a test diagnostici di conferma eseguiti su un campione sangue.

Il diagnostico consiste nel dosaggio di alcuni anticorpi e altre molecole presenti nel sangue che indicano la sensibilità della persona al glutine: transglutaminasi anti-tissutale (tTGA), anticorpi anti-endomisio (EMA), anticorpi antigliadina (AGA). Quando i livelli di queste molecole nel sangue sono elevati c’è un’alta probabilità che la persona sia affetta da celiachia. Gli anticorpi tipici della celiachia vanno testati quando il soggetto è a dieta libera, contenente il glutine. In caso di esami sierologici positivi è necessaria la conferma istologica, mentre la negatività a questi test esclude del tutto la presenza di celiachia.

Il test di predisposizione genetica alla celiachia è consigliato a chi presenta sintomi quali gonfiore e dolore addominale, dissenteria o vomito frequenti, costipazione, dimagrimento senza che si siano manifestate patologie diagnosticate. Ma anche a coloro che vogliono indagare la propria predisposizione genetica a sviluppare tale patologia perché magari hanno dei familiari affetti da celiachia.

Un’indicazione di predisposizione genetica alla celiachia non è indicativa dell’effettiva e conclamata presenza della patologia, ma è un indicatore importante circa la possibilità di sviluppare la malattia celiaca in futuro, consentendo quindi di adottare comportamenti alimentari utili ad evitarne le complicanze.

Sulla base delle informazioni fornite dal test, lo specialista potrà prescrivere piani alimentari personalizzati o trattamenti specifici. Ad oggi, l’unica soluzione per i pazienti celiaci è una dieta priva di glutine. Escludendo tale sostanza dalla dieta, l’intestino si ripara gradualmente e i sintomi scompaiono. Una diagnosi precoce è fondamentale perché consente di iniziare da subito un regime alimentare corretto, al fine di migliorare lo stato di salute.

Per informazioni contattaci allo 0942.24444 o inviaci una mail a lab@centroanalisibiomediche.it

Disbiosi test

Controlla il tuo benessere intestinale con il disbiosi test

Lo sapevi che l’intestino è definito il secondo cervello del nostro corpo? Da esso dipendono alcune tra le funzionalità più importanti: il sistema immunitario (circa il 70% delle difese immunitarie infatti risiede proprio in questo organo), il processo digestivo e di assorbimento delle sostanze nutritive. Se il nostro benessere dipende in larga parte dalle condizioni di salute dell’intestino, è importante ascoltarlo e sapere come sta. Diarrea, gonfiore, meteorismo, stitichezza: sono solo alcune delle manifestazioni cliniche di un cattivo funzionamento dell’intestino. La fisiopatologia intestinale può essere indagata da una serie di analisi eseguite direttamente su feci, urina e saliva, evitando il prelievo ematico. E il Disbiosi Test è quello più indicato per evidenziare una eventuale alterazione della flora batterica intestinale.

Un test non invasivo che si esegue su un semplice campione di urine.

Il disbiosi test rivela la presenza nelle urine di due metaboliti del triptofano, Indicano e Scatolo, che permettono di verificare l’eventuale presenza di fenomeni fermentativi e/o putrefattivi a livello intestinale. Il test fornisce anche alcune importanti indicazioni sul tratto dell’intestino che soffre maggiormente di uno squilibrio della flora batterica: un elevato livello di Indicano urinario è indice di disbiosi intestinale a livello dell’intestino tenue, mentre alti livelli di Scatolo indicano una disbiosi intestinale a livello dell’intestino crasso. Se risultano alti entrambi i valori, allora vuol dire che il dismicrobismo riguarda sia l’intestino tenue che crasso.

Il risultato del test permetterà così di scegliere il trattamento a base di fermenti lattici più efficace per ripristinare la flora batterica intestinale.

Il disbiosi test è consigliato in caso di cattiva digestione con conseguenti alterazioni del transito intestinale (stitichezza o diarree frequenti, meteorismo, colon irritabile, irregolarità intestinale); gonfiore e tensione addominale, con dolore, flatulenza, indisposizione e malessere generale; alitosi e difficoltà digestive; aumentata suscettibilità alle infezioni dovuta ad una diminuzione delle difese immunitarie; aumentata probabilità di micosi nell’intestino (candidosi), di vaginiti e cistiti nella donna; disturbi di carattere generale come nervosismo, ansia, disturbi del sonno, stanchezza, astenia e cambiamenti dell’umore. Ma anche prima di iniziare un trattamento a base di fermenti lattici, per scegliere il probiotico e il prebiotico più adatto sulla base del risultato del test, e dopo un trattamento a base di fermenti lattici per valutare la buona riuscita del trattamento e per essere sicuri della normalizzazione dei valori di Indicano e Scatolo.

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Papillomavirus HPV-test

Papillomavirus, screening della cervice uterina: tutti i vantaggi dell’HPV-test

Asintomatico e pericoloso, il Papillomavirus (HPV dall’inglese Human Papilloma Virus) è noto come causa principale del carcinoma al collo dell’utero, ma gioca un ruolo determinante anche nelle lesioni del cavo orale e della laringe. Oltre il 50% della popolazione è portatrice del virus senza saperlo. Nella maggior parte dei casi il Papillomavirus viene eliminato spontaneamente dal sistema immunitario, ma quando questo non funziona l’HPV si replica sfruttando le cellule della cute e delle mucose e promuovendone una crescita eccessiva che provoca la formazione di condilomi e papillomi della cute e delle mucose. In alcuni casi queste escrescenze possono evolvere in carcinoma.

I papilloma virus sono un gruppo eterogeneo di virus a Dna che comprendono oltre 100 genotipi.

Ma solo 12 causano il carcinoma del collo dell’utero e per questo motivo sono chiamati oncogeni (o ad alto rischio). Mentre i ceppi a basso rischio se presenti possono condurre a manifestazioni cliniche minori come i condilomi. Nei soggetti immunocompetenti l’infezione ha un decorso rapido, spesso asintomatico, ed il virus viene inattivato senza ulteriori conseguenze. Solo nel 10% dei casi l’infezione diviene persistente poiché l’organismo non riesce a debellare il virus che altera il Dna delle cellule a cui si lega, trasformandole in lesioni precancerose o in tumori maligni. Però, è bene evidenziare che le lesioni precancerose a loro volta impiegano per lo più alcuni anni prima di trasformarsi in un carcinoma infiltrante. Per questo è importante una diagnosi precoce: l’identificazione e la genotipizzazione dei virus HPV, grazie alle moderne metodiche di biologia molecolare, diviene uno strumento molto efficace per rilevare infezioni potenzialmente dannose e monitorarle nel tempo.

L’HPV-test è oggi, insieme al Pap-test, è l’esame di riferimento per la diagnosi precoce del tumore del collo dell’utero.

Consiste nel prelievo di una piccola quantità di cellule dal collo dell’utero che vengono analizzate in laboratorio con tecniche di biologia molecolare per verificare la presenza dello HPV.Essendo la presenza del virus HPV condizione assolutamente necessaria per lo sviluppo del tumore del collo dell’utero, questo test consente di valutare, ancor prima che le cellule del collo dell’utero presentino modificazioni visibili al pap-test, il rischio di sviluppare questa malattia. Dall’età di 30 anni bisognerebbe quindi che ogni donna eseguisse l’HPV-test ogni 5 anni.

Secondo una ricerca del Gisci (il Gruppo italiano screening del cervicocarcinoma), associare l’HPV-test e il Pap-test ha permesso d’identificare il 40% in più di carcinomi del collo dell’utero sfuggiti al solo test di Papanicolau.

Le nuove metodiche di biologia molecolare (Polymerase Chain Reaction, PCR, o Hybrid Capture type 2, HC2), permettono di scovare il genoma virale nelle cellule genitali femminili. In particolare, il test HC2 identifica chi è positivo o negativo per uno o più dei tipi virali ad alto rischio oncogeno. Dagli studi più recenti è stato dimostrato che l’assenza di DNA virale equivale a stabilire con certezza che non esistono lesioni precancerose e cancerose cervicali. La contemporanea negatività dell’HC2 e del Pap-test permette quindi d’identificare le pazienti a basso rischio che non hanno lesioni attuali e che non ne svilupperanno nell’immediato futuro. Di contro, un test positivo all’HPV non significa necessariamente che una donna svilupperà un cancro della cervice uterina, ma fornisce informazioni supplementari sui potenziali rischi, e consente al medico di effettuare follow-up più ravvicinati.

Per il test HPV non occorre alcuna preparazione particolare.

Il prelievo del campione cellulare dal collo dell’utero non può essere effettuato nel periodo mestruale. Per la buona riuscita dell’esame è necessario astenersi all’utilizzo di creme e/o ovuli vaginali e da rapporti sessuali durante le 24-48 h che precedono l’esame.

Per informazioni contattaci allo 0942.24444 o inviaci una mail a lab@centroanalisibiomediche.it

Screening talassemia

Talassemia: dallo screening per scoprire se si è portatori sani alla diagnosi prenatale

Una malattia rara, che però è particolarmente diffusa in Italia. La talassemia definisce un gruppo eterogeneo di anemie ereditarie, causate da un’alterazione dei geni che regolano la produzione dell’emoglobina. L’emoglobina è una proteina, contenuta nei
globuli rossi, che ha la funzione di trasportare l’ossigeno alle cellule del corpo e di eliminare l’anidride carbonica. Nella talassemia la mancata produzione di emoglobina normale determina una precoce distruzione dei globuli rossi.

Esistono diverse forme di talassemia: quella più diffusa nel bacino del Mediterraneo è la beta talassemia (dovuta a ridotta o totale assenza delle sintesi di catene beta dell’emoglobina).

In Italia, si stima che i pazienti talassemici siano circa 7 mila e circa 3 milioni i portatori sani, con concentrazione massima in alcune regioni del Centro-Sud: la regione più colpita è la Sicilia, secondo l’Osservatorio Malattie Rare si contano 2.500 pazienti. La beta talassemia è una condizione di gravità molto variabile: si passa da una forma denominata talassemia minor, quasi sempre asintomatica, fino alla forma più grave, nota come talassemia major o malattia di Cooley, una condizione che comporta la dipendenza da trasfusione di sangue (talassemia trasfusione-dipendente).

La beta talassemia si trasmette con modalità autosomica recessiva: in una coppia di genitori con mutazioni nel gene beta globinico, ogni figlio avrà il 25% di probabilità di essere sano, il 25% di probabilità di essere malato e il 50% di probabilità di essere portatore della malattia.

Come individuare il portatore sano? Facendo gli esami ematologici di primo livello (screening per talassemia) che comprendono:

  • emocromo
  • dosaggio Hb A2
  • dosaggio Hb F
  • ricerca delle emoglobine anomale
  • resistenze osmotiche
  • sideremia
  • ferritinemia.

Essere portatore sano significa che uno dei due geni che controllano la produzione dell’emoglobina è difettoso; poiché, però, l’altro gene funziona bene, il portatore è una persona sana.

Se due portatori decidono di avere un figlio, devono sottoporsi alle indagini di secondo livello:

  • estrazione del DNA
  • analisi delle mutazioni del DNA

Gli esami sono indispensabili per identificare il proprio difetto molecolare che potrebbe essere trasmesso al figlio, e per ricevere l’indicazione alla diagnosi prenatale mediante una consulenza genetica. La diagnosi prenatale si effettua tra la decima e la dodicesima settimana di gestazione.

Il Centro analisi biomediche di Taormina esegue in convenzione lo screening per la talassemia per donne in età fertile e/o in gravidanza con prescrizione medica.

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